Kursk: storia vera del sottomarino russo
- Marcello

- 26 ago 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Ci sono tragedie che non restano chiuse dentro una data, perché continuano a pesare come un’ombra sulla memoria collettiva. Kursk è una di queste. Il 12 agosto 2000, un sottomarino nucleare russo considerato praticamente “inaffondabile” scomparve nel Mare di Barents durante un’esercitazione militare. Nel giro di poche ore, quella che doveva essere una dimostrazione di potenza si trasformò in un incubo totale.
Non fu solo un disastro tecnico. Fu un evento che mise in crisi un’intera macchina statale, mostrando al mondo il lato più fragile della Russia post-sovietica: ritardi, silenzi, orgoglio istituzionale e una gestione dell’emergenza che ancora oggi fa discutere.
Il risultato fu devastante: 118 uomini morirono, e per molti di loro la morte non arrivò subito. Alcuni sopravvissero per ore, aspettando un soccorso che non sarebbe mai arrivato in tempo.
Kursk: cosa racconta il film e perché è ancora così disturbante
Il film Kursk (2018), diretto da Thomas Vinterberg e tratto dal libro A Time to Die di Robert Moore, non è costruito come un classico action militare. Non punta sul sensazionalismo, ma su una tensione lenta, quasi soffocante, che mette lo spettatore nella stessa condizione dei marinai: isolamento, buio, attesa.
Il racconto alterna due mondi: da un lato i membri dell’equipaggio intrappolati sott’acqua, dall’altro le famiglie e la macchina politica che fatica a gestire l’evento. È proprio questo il punto più forte: la tragedia non è solo la morte, ma la sensazione che tutto avrebbe potuto andare diversamente.
La storia vera del Kursk: cosa successe davvero
Il Kursk era un colosso della marina russa: un sottomarino nucleare della classe Oscar II, costruito per essere un’arma strategica e simbolica. E proprio per questo la sua perdita fu un colpo enorme, non solo umano ma anche politico.
Secondo la ricostruzione più accreditata, durante un’esercitazione avvenne un’esplosione nel compartimento dei siluri, probabilmente causata da una perdita di perossido di idrogeno. La prima detonazione uccise diversi membri dell’equipaggio, ma fu la seconda esplosione, avvenuta poco dopo, a distruggere gran parte della struttura interna e a condannare definitivamente il sottomarino.
Il Kursk affondò e si adagiò sul fondale a circa 108 metri di profondità. Il dettaglio più tragico è che non morirono tutti subito: 23 marinai riuscirono a rifugiarsi nella sezione di poppa, sperando in un recupero rapido. Resistettero per ore, ma senza ossigeno e con il tempo che correva contro di loro.
Qui entra in gioco la parte più controversa della storia: la gestione dei soccorsi. La Marina russa tentò operazioni di recupero senza successo e, per giorni, l’aiuto internazionale venne rallentato o rifiutato. Solo dopo diversi giorni venne autorizzato l’intervento straniero. Quando i sommozzatori riuscirono finalmente ad aprire il portello, era troppo tardi: il compartimento purtroppo era già allagato.
La tragedia del Kursk è diventata un simbolo di orgoglio e fallimento insieme. Un evento che ha mostrato quanto una macchina militare possa essere potente sulla carta e fragile nella realtà.









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