Odissea: il mito dell'antico tra Èpos e decadenza
- Tommaso Di Pierro
- 24 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
De Liguoro, Camerini, Piavoli; Angelopoulos, Končalovskij, Pasolini e ora... Nolan. Misurarsi con il poema dell'Odissea, direttamente o meno, significa misurarsi con il tempo stesso, con l'essenza del canone occidentale, con la storia tessuta nei secoli, come la tela di Pelenope, che non sempre appare lineare: ingarbugliata, reinterpreta, rimodellata e disfatta, ma sempre capace di infondere eterno fascino, stupore e meraviglia in chi è pronto ad accoglierla. Anche stavolta, di fronte ad un nuovo adattamento, ci troviamo di fronte al medesimo dilemma: rischio eterno, follia, o sfida verso il divino? Cos'è dunque l'Odissea di Nolan?
Tra Èpos e decadenza

L'Odissea di Nolan si pone nel pieno segno dell'èpos, ossia un racconto che tanto più raggiunge il suo scopo quanto più riesce a essere ascoltato e accolto. Un racconto che chiama il destinatario alla riflessione e allo stupore, all'introspezione e all'ammirazione.
Quello messo in scena in Odissea è in primis un cinema fisico, che si mette in gioco, cercando fin dall'inizio di costruire un'atmosfera epica ed elevata e proprio in questa scelta di Nolan si ritrova l'essenza di fare cinema, un cinema solenne che mette in scena la storia o, per essere precisi, l'interpretazione di essa, la stessa che il poeta Omero ha messo insieme nelle sue opere e che dopo tre milleni, attraverso traduzioni diverse, è giunta fino a noi con tutti i cambiamenti e le modifiche che ne conseguono.
In questa narrazione, fedelissima in verità al testo d'ordine, il cinema di Nolan si mantiene, come sempre, estremamente radicato nella realtà e contemporaneamente guarda al fantastico, alla pura e semplice spettacolarità di fare arte per il gusto di farla, di comporre grandi immagini per sfruttare appieno il mezzo tecnico a disposizione, per comporre, quindi, un'opera cinematografica dove il sentimento e l'emozione vengono proiettati in un mondo moderno ed è il film stesso a riflettere sui tempi odierni che corrono, tempi corrotti dal male, dove ogni bellezza è perduta e la legge di Zeus, quella che invita a rispettare lo straniero accogliendolo con tutti i riguardi perché in esso potrebbe celarsi il divino, è ormai decaduta e con essa, quindi, un tempo mitico dove davvero gli dei camminavano sulla terra e l'amore e l'accoglienza verso l'altro erano parte dell'ordine delle cose.
Decadente, dunque, appare l'aggettivo giusto per definire questa versione della storia di Nolan, una versione che non esita a rendere conto, con grande modernità, della fine di un tempo glorioso, un tempo antico che non farai mai più ritorno, distrutto dal continuo guerreggiare degli uomini tra di loro. Con la caduta di Troia, infatti, cade la roccaforte di una civiltà che assurgeva a simbolo di grandezza e di sublime. Svanita quella, tra fuoco e cenere, e svanito anche il senso dell'antico, l'età dell'oro tramonta, il divino smette di abitare sulla terra e una nuova terribile età di trapasso si apre, e a porsi in mezzo tra queste due età c'è proprio lui, l'errante Ulisse, che ne risulta il principale artefice e colpevole. Proprio la colpa, infatti, è il senso che prevale su tutto il resto, insieme al peso di lutti infiniti che Ulisse si porta dietro, sia quelli provocati durante la guerra, che durante il suo lungo viaggio verso casa. Ma insieme alla colpa c'è anche lo spazio per l'accettazione di essa e del proprio fato, che siano gli dei a volerlo oppure no.
L'Odissea, allora, il viaggio di ritorno verso Itaca, diventa in questa sede una presa di coscienza dolorosa e necessaria sulla finitezza dell'uomo, dal più comune dei soldati fino al sovrano dei sovrani Agamennone (qui ombra funerea sintesi di un tempo ormai conclusosi); sulla fine del bello, Elena sfregiata è il simbolo più evidente ed importante di ciò, e sulla fine di un'età dell'oro che lascia spazio al moderno e Ulisse ne è l'apripista. Una fine che, tuttavia, apre anche ad un nuovo inizio, ad un nuovo viaggio verso un sole che fugge, verso un remoto Occidente (l'America?) verso cui volgere lo sguardo, oltre le Colonne d'Ercole, per onorare chi non c'è più, lasciando dietro di sé un canto, un mito che ricordi quanto avvenuto, perché di miti, oggi, nel mondo moderno, ne sono rimasti davvero pochi da cantare.
Quali posteri?

Così come l'opera di Omero appare nella sua concretezza come un insieme infinito di voci orali che reinterpretano e narrano il viaggio umano e divino di un singolo uomo, così l'Odissea di Nolan è quel canto che rimodella e rimpasta secoli di narrazioni, restituendo quel fascino dell'antico spezzettato e unico che è giunto fino a noi e che, nella versione nolaniana, è utilizzato allo scopo di riflettere sul tempo che viviamo oggi.
E come la migliore delle storie supera i tempi, le ere e le umane genti divenendo immortale, quale che sia il responso su questo personale poema, l'aedo Nolan ha cantato la sua versione: non resta che coglierne i versi e lasciare che vaghi negli anni a venire, nell'infinito avvicendarsi delle epoche, fino a che non abbia trovato anch'essa il suo approdo, magari verso un nuovo occidente. La storia, quella che ferma il tempo e le cose facendole divenire immortali, farà il resto.
Un altro viaggio ha ora inizio.









Commenti